Sempre nell'ottica promozionale, e anche nella subottica "vi voglio tanto bene", ho deciso di rendere leggibili e scaricabili due dei racconti contenuti nel mio libro (che, vi ricordo, è questo qui). Seguono i link su cui cliccare per scaricare e soddisfare la vostra sacrosanta curiosità. I due racconti si intitolano rispettivamente "Perché è bello andare ad Ancona" e "Storia di una persona inutile". C'è poi anche uno dei dieci pezzi storici frammisti nel libro alle parti narrative e che dovrebbero servire a spiegarle e a renderle digeribili. Questo è quello che tratta di statistica e demografia nel Seicento e sull'Adriatico: si chiama "Secolo duro, secolo ingiusto". Grazie per la lettura e fatemi sapere che ve ne pare.
Tornassi indietro, sarei diverso da ciò che fui. Saprei dove ho sbagliato, precorrerei i miei errori e li correggerei, troverei un tuo sorriso dove nella realtà c'è stato un pianto o un muto rimprovero. Che è ben peggiore: nulla trafigge di più di un'accusa che non ha bisogno d'arringa. Tornassi indietro, tutto questo non succederebbe. D'altra parte, così sono capaci tutti.
Tornassi indietro, mi accosterei al tuo capezzale e ti sussurrerei: "Ascalaste tè alla pesca?"; e al tuo flebile "Eh?", risuonerebbe nella stanza bianca e sterile un tonante STOCAZZO. Perché non c'è nulla di meglio dell'ironia, coi malati terminali.
Tornassi indietro, non rifarei ciò che ho fatto allora, non ridirei ciò che ho detto; ridirei bensì ciò che non ho detto, rifarei ciò che non ho fatto. No, aspetta, questo non è possibile. Cazzo, un periodo della madonna rovinato da un banale errore di logica.
Tornassi indietro, guarderei bene dove metto i piedi, perché camminare a ritroso è sempre un rischio, e neanche si vedono le merde d'alano.
Tornassi indietro, sbatterei su tre rumeni. Due palle le file alla LIDL.
Tornassi indietro, farei errori diversi e ugualmente gravi, o forse peggiori, perché tanto la materia prima è quella che è; e poi piangerei e piangerei, e biasimerei i miei sbagli e reclamerei a gran voce un'altra possibilità, poi, ottenutala, la sprecherei. Che vuoi farci? Gli uomini si divertono così.
Tornassi indietro, cambierei. Ma non si torna indietro, amore mio, e resto la merda di sempre. Baciami.
Questo post è stato offerto dal PIPI (Presidio Italiano per il Periodo Ipotetico). Vogliategli bene, al periodo ipotetico, ché se non fosse per lui non ci sarebbe condizionale, e ci toccherebbe scontare la pena.
Bozza per un romanzo futuro che probabilmente non scriverò
Ecco, è tutto come ora: è il presente che conosciamo, ma non è propriamente la nostra realtà, perché c'è qualcosa di diverso. Gli uomini e le donne, ad ogni modo, si vestono come noi, pensano e parlano come noi, in strada non li riconosceresti da noi. Forse l'unica differenza è che ci sono meno coppie che si tengono per mano, o si baciano, ma di questo potrebbe accorgersi soltanto un osservatore molto attento. Eppure è tutto diverso, è tutto differente da quando si nasce a quando si muore, perché non esiste la famiglia. Ossia, non è che non esista; è semmai che l'organizzazione di base è diversa, e in qualche modo più naturale. Le donne, e non può essere altrimenti, per le donne è tutto come ora: restano incinte, hanno i figli e li seguono e li educano. La differenza è negli uomini. Solo alcuni uomini, possiamo chiamarli per chiarezza e brevità maschi alfa, ma se siete donne capite comunque a quali mi sto riferendo, solo alcuni uomini si riproducono. Normale che la società e la famiglia siano organizzati in maniera profondamente singolare e strana, almeno giudicando coi nostri occhi (un gorilla, per dire, non ci troverebbe nulla che non sia perfettamente logico e al suo posto). Il problema, perché indubbiamente si tratta di un grave problema, gonfio di conseguenze e ripercussioni, è che larghe fasce di popolazione maschile non fanno l'amore, non hanno donne e figli, lavorano e basta (una vita intera) e non lasciano nulla dietro di sé. Per tenere sotto controllo questi uomini, che come tutti i maschi soli e frustrati avrebbe come principale mezzo d'espressione di sé la violenza bruta e rancorosa, esiste una polizia dall'efficienza chirurgica, che sta tra la plebe bestiale - paragonabile agli animali nel non potere avere coscienza di sé e della propria immortalità, perché non c'è immortalità umana se non nella discendenza - e il privilegio di pochi. Questa forza di polizia, per motivi evidenti, non può essere reclutata nella plebe: dunque col tempo essa si è trasformata in una casta a parte, con le proprie caserme, che sono veri quartieri, e le proprie donne, perché alle guardie non è concesso ciò che invece si dà alla classe superiore. Col tempo si riforma dunque una società monogamica di fatto, tra i poliziotti, e la minoranza dominante è costretta a tollerare questa anomalia. In seguito le cose si sviluppano e cambiano, quando questa ed altre contraddizioni vengono alla luce e quando taluni sentimenti che parevano dispersi, sentimenti antichi, molto cantati e celebrati, ma certamente egoisti e pericolosi se posti in determinati contesti, si riaffacciano ai cuori delle persone.
Iniziava appena a fioccare, oltre i vetri spessi, quando lo psichiatra svizzero Kubilay Kühlerfleck dichiarò di aver compreso cos'è una tigre. A quelle parole, tutti i presenti si fecero zitti e attenti, stringendosi al grande tavolo di legno scuro; al di fuori delle strette finestre, la neve continuava a cadere. La tigre, disse Kühlerfleck, non esiste se non nella mente umana, delle cui paure è la summa e la personificazione o, per meglio dire, tigrificazione; essa vive nelle intricate foreste fatte di alberi mai scalati e di fronde che nessuno ha l'animo di scostare, perché - chi lo sa - potrebbero nascondere mostri; foreste, queste ultime, che germogliano dai dubbi, dalle idee astruse, dai timori dell'uomo, e che crescono fino a diventare giungle inaffrontabili, in cui nessun machete penetra, nessun esploratore osa addentrarsi. La tigre si muove agile e leggera sulle sabbie mobili dei ricordi e degli errori, che invece inghiottono l'essere umano, e più quest'ultimo si agita e vuole rimediare ai propri antichi sbagli, più ne è risucchiato; e ha gli occhi gialli, quella belva simbolica, occhi gialli e luminosi che vedono più a fondo di qualsiasi moderno macchinario, occhi che si ha terrore di fissare, perché sono gli occhi del rimorso e della verità negata. Le strisce, poi, sono attimi neri di inquietudine e di orrore che passano in un momento e per un attimo paralizzano la persona, intenta a tutt'altre occupazioni e atterrita da un pensiero rapido e scuro che si materializza inatteso. La tigre, infine, salta e nuota e si muove circospetta - invisibile - e può giungere dovunque, e in ogni luogo su ogni collo piantare i suoi denti possenti le sue unghiate tremende. Non si può sfuggire alla propria anima, alle proprie colpe, ai propri meriti mancati, a se stessi. Quando Kühlerfleck giunse al termine della propria dissertazione, l'uditorio rimase in silenzio; e anche fuori la natura era ferma, perché aveva smesso di nevicare e tutto era bianco ed eterno. E veramente non c'erano tigri, di fuori, perché gli uomini riuniti nella casa di montagna erano tutte persone di polso e di cuore, e non temevano i giudizi mai espressi del proprio animo, e sapevano guardarsi dentro senza tremare. Così, tutto era calmo e privo di tigri, che in tutto quel candore non avrebbero potuto mimetizzarsi. Kubilay Kühlerfleck morì qualche mese dopo, da qualche parte tra le terre mutevoli e le giungle acquatiche del Bangladesh, dove si era recato per affrontare una volta per tutte, armato di matita e taccuino, le paure e i terrori che mordono gli uomini alla gola.
Ho scritto un libro. Una roba a metà tra storia e narrativa, diciotto racconti brevi, inframezzati dalle necessarie spiegazioni storiche, a partire da documenti e storie del Seicento adriatico. Com'è? Non spetta a me dirlo. Se lo cercate, lo trovate sull'internet qui - a partire da ottobre, credo - e in queste librerie di Roma. E anche al Salone dell'Editoria sociale, a Trastevere, dal 2 al 4 ottobre. Vedete un po' voi. E ora basta autopromuoversi. Ciao.
Fratello? Sì? Di che colore è il cielo? Non lo vedi da te, scusami? Io sono piccolo e posso sbagliare. Non conosco le parole, non so le cose. Di che colore è il cielo, dimmelo tu. Blu. Beh, bianco lì, bianco lì, biaaaanco... lì. Ma in prevalenza blu. Il bianco cambia posto. Ma il bianco è davanti al cielo. Lo nasconde a tratti e in parte, ma il cielo è blu. Capito. Adesso? Sempre blu. Quant'è distante il cielo? Non molto. Guarda, se allungo il braccio lo infilo nel blu. Oh! Hai visto? Oh. ... Prendi un po' di cielo e dammelo, visto che riesci a toccarlo. Non posso. Come, non puoi? Non posso, perché il cielo non ce l'ho in mano. Il cielo è tutto intorno al braccio. È come il mare: il blu è tutto intorno, ma non è che puoi afferrarlo. Beh... Dimmi. Ma al mare, c'è il secchiello, no? Puoi prendere un po' di mare col secchiello. Io l'ho fatto, l'estate scorsa. Ma non è blu. Il mare che prendi non è blu. È vero, il mare quando lo prendi perde il colore. Perché non vuole esser preso. Ho capito. Ecco, tieni, ti ho preso del cielo. Dov'è? Qui, nella mia mano. Ecco, lo passo nella tua. ... ... Ma non c'è niente! C'è, ma non è blu. Dov'è il blu? Dov'è sempre stato. In alto. Allora non l'hai preso! Non si può prendere il cielo, te l'ho detto. Se lo prendi, perde il blu. Lascialo lì, allora. Non lo voglio un cielo senza blu. ... Andiamo a casa, ora?
Niente, abbastanza di recente si è fatto un tale baccano parlando di dialetto e radici e cultura e roba su cui poi vorrei tornare, ma non ora, che ho deciso di mettermi all'opera e tradurre in vernacolo un sonetto di Pierre de Ronsard (Quand vous serez bien vieille). Potrebbe diventare un appuntamento periodico, dipende dallo sbattimento che avrò.
***
Co' vo sarete vecchia, a lume de fiammella, cacciata a sgavina'*, al fogo state a sede, direte ntra de vo (e chi ce pole crede?) "Tomà m'avea cantato la olta ch'ero bella!"
E 'n ce sarà un garzo', intesa la noella, mézzo** de fadiga, che altro non se vede, ch'al son del nome mia non giuri su la fede che sete illuminata e so' per vo la stella.
Io colco sotto terra, spirito senz'ossi pr'allo' me stirerò, bëato, sotta ai fossi. Al fogo del cami' vo vecchia intiginita***
ve mancherà l'amore e l'corpo de na sposa. El tempo, date retta, è merce dispettosa: scarpite**** quando c'è le rose de la vita.
*intenta a dipanare una matassa. **zuppo, fradicio (pron. metso). ***vitiliginosa, dalla pelle macchiata. ****cogliete.
La Morte stanotte è sdraiata accanto a lui, sul suo letto, e lo guarda con una tenerezza e un desiderio che lui sente brucianti, pur non vedendo nulla, perché il suo collo è bloccato e i suoi occhi sono chiusi. La Morte lo accarezza e lo bacia. Le carezze della Morte sono, per definizione, gelide; questo non gli impedisce, tuttavia, di avvertire un'erezione dolorosa e potente, come non credeva gli sarebbe mai più successo. La Morte si accorge di tale reazione, ma non è in alcun modo stupita. Buttatela giù dal mio letto. La mano della Morte, meno fredda delle proprie carezze, stringe il pene dell'uomo. Buttatela giù dal mio letto, non la voglio qui. Ma l'erezione non si placa e non scompare. A tutti capita di vedere la Morte, durante la propria esistenza. È cosa normale e capita spesso, com'è normale a volte desiderarla e avvicinarsi a lei, arrivare a distanza di un bacio dalle sue labbra invitanti, poi fermarsi e lasciare che la sua figura agile e provocante si confonda e sparisca tra la folla, in attesa di un altro bacio. A quest'uomo, per esempio, capitava a volte di passare in moto per una strada dritta e scura che conduce alla campagna, alla campagna ricoperta di bassi filari spessi di foglie verde scuro, e sono le infinite coltivazioni di kiwi che suggeriscono fresco e ristoro anche in mezzo all'estate, quando il grano è rapato via e il sole scotta le colline e le rende brulle; a volte, mentre percorreva quella strada vuota e silenziosa, costui intravedeva davanti al verde scuro quella donna, e gli veniva voglia di prenderla sulla sua moto, accarezzarle i capelli e baciarle i capezzoli rosei, e non frenare mai più. Eccitato da quei pensieri, si ritrovava scomodo sul suo sellino, e solo allora si ricomponeva sentendosi stupido e vergognoso. Ma la Morte continuava a sorridergli a bordo strada, quando lui passava per vie dritte e silenziose. La Morte è una bionda imbronciata, adorabile, che ti guarda di sottecchi e forse ti sorride (almeno a te sembra che sia così, anche se in apparenza non ha mai smesso il suo broncio). Ha cosce piene e abbronzate e un seno impertinente che sembra pizzicare la maglietta, più che riempirla. La Morte è bellissima. A volte le persone, dimenticandosi di averla vista spesso e di averla desiderata, non sembrano capacitarsene, e la raffigurano orrenda; ma in realtà sono i morti ad essere brutti, gonfi, incavati, squarciati, ghignanti, taglianti, incompleti, cianotici, pallidi, bruciati, con gli occhi infossati nel proprio dolore, o le dita fermate per sempre in smorfie sgraziate. La Morte invece è molto bella e gode di una salute di ferro. Mi ha vegliato la mia prima notte in ospedale, quando nessuno trovava la mia famiglia. Sedeva su una seggiolina o girava per le corsie quando amici e parenti parlavano con i medici, mi ha tenuto la mano mentre mi infilavano in quella camera opaca e mi aprivano e chiudevano per cercare di salvarmi. Ero debole, sono debole, e non ho rifiutato il suo conforto. Quando intorno a me hanno parlato di speranze, la vedevo appoggiata allo stipite azzurro, indecisa se lasciare o no la mia stanza. Era graziosa come sempre, però io avevo visto una via e ci avevo creduto, così ho lasciato che se ne andasse. Poi la speranza è sparita pian piano, i miei occhi non si sono riaperti e le mie gambe sono rimaste lontane e divise dal corpo, e avrei voluto piangere; lei è tornata, mi ha vegliato altre notti, ha di nuovo tenuto la mia mano. E a forza di avvertire la sua stretta, non mi è parsa più né gelida né intollerabile. La Morte scosta una spallina, lieve, poi si china appena e sembra uscire dal vestito di lino color porpora che si adagia a terra. Sotto, è nuda, e nella luce fiochissima delle tapparelle e dei neon della corsia il suo corpo sembra più esile e pallido di come realmente sia. Risale sul letto e sul corpo di lui, e accarezza con le dita il suo petto. È sopra, è intorno a lui. Io devo fuggire. Non devo pensare a lei. Non devo pensare al suo seno, ai suoi occhi celesti puntati nei miei, come se potesse vedere oltre le mie palpebre, non devo pensare al suo movimento rotondo, devo dimenticarla, scordare com'è bella, io devo fuggire. E poi, dove vado? Se le mie gambe non vivono, su cosa appoggiarmi nella fuga? e dove andare? Lei ha atteso il suo tempo, ed è venuta da me secondo giustizia, non per rapirmi ma per accompagnarmi. Scacciandola ora, compirei un grave peccato. Poi, inutile negare che sia bella, perché adesso è bella. L'ultimo fiotto di vita esce dal corpo di lui, e la Morte sussulta. Poi, svelta, attenta, si china sull'uomo, che la cerca, e lo bacia teneramente; la mano di lei sulla sua guancia adesso è calda e rassicurante, e a lui non importa più nulla. Pian piano svanisce tutto, e resta solo l'indifferenza, il silenzio, la pace.
Mi fa notare il buon kadd che quando scrivo le cose su cabaret bisanzio dovrei anche avvisare da questa parte, ché non tutti, in questa era di rilassamento generale e mancanza di disciplina, hanno lo sbattimento di andare a controllare. Ecco dunque un elenco dei miei post finora pubblicati su cb. Per ciò che concerne quella che dovrebbe essere l'abbozzo di una saga marchigiana: La fine di Montestato nelle testimonianze dei suoi abitanti, parte I; La fine di Montestato nelle testimonianze dei suoi abitanti, parte II: Montestato com’era. Quanto a miei illuminanti interventi sulla società italiana odierna: Lettera aperta del noto intellettuale Gino Lepido Freschetti Qualcosa di sinistra? L'opzione demografica. In più ci sono dei racconti (Breve romanzo triste d'amore e di Bisanzio, Spotless mind e Il primo portoghese nello spazio) che erano già stati pubblicati qui e che in ogni caso trovate nella colonna di destra. Probabilmente domani uscirà sul sito un racconto nuovissimo e freschissimo, che vi invito già da ora ad andare a leggere. Volevo poi rivolgermi agli organi esecutivi e deliberanti della Regione Marche, avendo appreso dal Corriere della Sera che una banda di imbecilli malcreati dimentichi della storia e della decenza, altrimenti noti come "Senato della Repubblica", hanno approvato il passaggio all'Emilia Romagna di sette comuni della Valmarecchia. Ora, come uomo di sinistra appoggio e approvo ogni espressione della volontà popolare: se gli abitanti di quei comuni hanno deciso così, che si rispetti la loro opinione. Anche se, almeno ai miei occhi, abbandonare la Città Ideale in favore di Viale Ceccarini appare un atto francamente abietto e perfettamente in linea coi tempi attuali. Vorrei muovere solo due osservazioni all'indirizzo dei politici marchigiani, che ritengo siano ancora nella condizione di fare qualcosa: 1) San Leo no. San Leo, che si chiama Montefeltro non a caso, è Urbino e con Urbino deve rimanere, altrimenti significa che davvero una decina di secoli di storia non hanno alcun significato (mi piace poi che gli stessi che esultano per questa evidente forzatura siano gli stessi che parlano di difesa delle radici e dell'identità: ma leggete un paio di libri, per cortesia, e poi morite comunque male); 2) Propongo altresì che, con spirito di fairplay e vero rispetto per le ragioni di tutti, il Consiglio Regionale marchigiano auguri, nel lasciarle andare, un fausto destino alle terre rinnegate; e doni nel contempo agli stemmi dei sei comuni, con un ultimo gesto materno, una bella merda fumante da sovrapporre ai simboli cittadini, affinché si tramandi ai posteri il ricordo di questa patetica vicenda. Per il resto, direi che l'idea - che ebbi al tempo lontano della mia gioventù - di sprecare tempo a studiare la Storia in un paese che così bellamente se ne frega e così quotidianamente calpesta ciò che ha fondato e costruito nel passato la nostra gloriosa Nazione, si rivela in ultima analisi estremamente azzeccata.
Tempo bastardo, si sta malissimo; e non mi si venga a dire che è normale, in questa stagione. Mi affaccio del balcone e vedo gente in sandali e canottierina: pazzi, incoscienti, uscire così con questo freddo. Poi tocca a noi pagare gli interventi degli elicotteri, i cani da valanga, le amputazioni d'urgenza delle dita congelate. Poi toccherà a noi mantenerli, quando si aggireranno per le nostre città con i loro moncherini in bella mostra, e tutto per aver sfidato la natura e il buonsenso ed essersi aggirati seminudi nelle tormente ghiacciate di luglio. Non voglio neanche guardare più a lungo, non sono tipo da godere della pornografia del dolore e non attendo che il freddo blocchi i movimenti dei folli in strada, ne imbianchi le sopracciglia, ne appesantisca e fermi il respiro: e poi sento già il vento siberiano che mi sferza il viso, perciò richiudo la finestra prima che possa insinuarsi nel mio modesto domicilio. Vado a sedermi sulla mia ampia poltrona di pelle nera, mentre rincalzo ben bene il mio plaid a quadri intorno alla borsa dell'acqua calda e sulle estremità martoriate dal gelo. Fuori dalla finestra osservo un cielo livido e mi viene in mente la marcia di Napoleone in Russia, il potere neutro e feroce della natura, il suo annichilire ogni vanità umana con un semplice cenno della sua mano algida e smisurata. C'è ancora qualche uccello che si staglia nell'aria, di là dal vetro: poveracci, tra qualche ora o qualche minuto il freddo fiaccherà la loro disperata resistenza, e quella stessa creazione che ha donato loro il miracolo del volo li costringerà alla paralisi e alla morte, uccisi dalla temperatura e dalla mancanza di prede, a loro volta decimate dal freddo. Tali sono i miei pensieri mentre apro il termos e sorseggio della moretta* per combattere i sintomi dell'ibernazione; intanto il sudore mi cola a rivoli sul viso, e dev'essere la paura, l'inquietudine, il nero causato dai pensieri e dalle premonizioni della morte glaciale che ci attende tutti.
*per i non marchigiani: caffè corretto con rum e anice. categorie: raccontini
I sintomi, prima di tutto bisogna chiarire i sintomi. Quando è con una donna, quando parla con una donna, l'uomo si astrae dalla conversazione, pur continuando a portarla avanti e a risultare anzi simpatico e brillante, e pensa solo alla sua interlocutrice con qualche vestito in meno, poi in diversa angolazione e con altre assonometrie, poi con ancora meno vestiti e in prospettive ancora differenti. A quest'uomo piace molto parlare con le donne. Fin qui, dunque, tutto normale: che dovrebbe fare, uno? Parlare con tavoli, crostate, maschi, castori? Bisogna essere seri. Bisogna essere seri ed obiettivi, quando si ha a che fare con una patologia. All'uomo non piace semplicemente discutere ed immaginare. L'uomo che si avvicina ad una donna sente uno strano scatto alla mascella, la propria espressione di sempre mutare: l'uomo non può vedersi, ma sente sul proprio volto un sorriso lontano e felice, il sorriso di uno che ha nuotato a lungo, o il ricordo di una risata di ieri, o la profezia di una felicità necessaria (ancora quasi invisibile, ma inevitabile). E poi gli occhi, gli occhi e lo sguardo: lo sguardo dell'uomo, se parla con una donna, obbedisce a strane polarità, si abbassa per un momento a cercare qualcosa in qualche lontananza, poi si solleva di colpo negli occhi di lei e vi entra come in un qualcosa di familiare. E quando parla lei, il silenzio dell'uomo è disteso al fianco di lei, attento e vicino; quando invece parla lui, le sue parole sono carezze. Dice il medico che nasce tutto da una introiettata volontà di piacere, che la psiche ha plasmato il corpo e la pratica, che non si può parlare di fascino ma solo di istinto, non più di conquista ma solo di patologia, e che l'uomo deve curarsi se vuole ritrovare la propria sanità e reinstaurare un rapporto finalmente sensato con l'altro sesso. L'uomo è sul lettino, annuisce, ha coscienza di tutto e concorda su ogni cosa. Non è normale piacere a tutte, dice il medico, ma lo dice con un fastidio che ha poco a che fare con la distaccata deontologia della professione. Fatto sta che un giorno l'uomo è in una stanza bianca, aperta su un parco pieno di voci e di canti di animali; una tenda, bianca anch'essa, vela la luce del sole. L'uomo siede sul letto, i palmi appoggiati a lato delle cosce, lo sguardo e la mente vagano chissà dove. Entra un'infermiera esile, dai capelli castani (una ciocca le scende sul viso), e dice qualcosa al malato distratto: questi alza la testa, i suoi occhi sono subito in quelli di lei, e dicono - come si dice senza parole - di aver trovato in quegli occhi ciò che prima cercavano nelle loro distanti profondità. In caso di attacchi si deve chiamare il primario e iniziare la procedura d'urgenza; l'infermiera ovviamente lo sa, però esita. La guarigione richiederà tempo.
Que è tutto sto verde? Niente, è la campagna, è la campagna che gocciola dell'ultima pioggia, attesa, rinfrescante e benedetta; sono gli alberi che salutano la primavera con le loro sfumature più vivaci, d'una tinta che presto smetteranno; è verde il canto degli uccelli, è verde anche il treno che taglia i boschi e i campi. Que è tutto sto blé? Soltanto il cielo che la pioggia ha ripulito, un cielo che scende liquido sulla terra, e si insinua nelle finestre aperte, entra nelle mura dei borghi appisolati sulle colline, si infila fin dentro i tuoi occhi, pallido e celeste, mentre sei sul treno verde e leggi un libro nero. Que è tutto sto bianco? La tua carne, le tue cosce chiare; le cosce senza colore che sembrano riempirsi di luce, della luce bianca che entra dai finestrini. Ma non è così: è la tua carne che è chiara, carne bianca di slava, gote rosse di marchigiana, dovresti avere un velo in testa come tua nonna che va al campo e alla messa, invece sei sul treno verde e leggi il libro nero. La stazione è rossa, chi ti vede ha pensieri caldi, gialli e arancioni, e non vorrebbe dover scendere; e mentre scende gli scalini grigi pensa a te, a te fatta di bianco, che sei rimasta sul tuo treno verde e leggi un libro nero.
azie a quella audace manovra l'esercito del polemarco batté e mise in fuga i nemici; e un gruppo di etairoi tra i più zelanti si organizzò subito per braccare e raggiungere i fuggiaschi, non appena fosse spuntato il giorno e coi cavalli riposati. C'era in quell'esercito un uomo di nome Creonte, che aveva i capelli fulvi ricci ed era per questo ben visibile in mezzo alla cavalleria tessale. Creonte si portò con valore nella battaglia e fu tra i primi a sfondare il fronte nemico al guado del fiume; quando tuttavia lo scontro era alla fine ed i persiani non badavano ad altro che a mettersi in salvo, piombò in mezzo alla cavalleria un messaggero tutto impolverato e chiese a gran voce del rosso, nel mentre cercava di rendere presentabili a forza di manate i propri vestiti. Gli domandarono chi fosse il rosso, e lui specificò che si trattava di Creonte, e che lui veniva dallo stesso villaggio del rosso, cioè Creonte, e che con quest'ultimo doveva assolutamente conferire. I cavalieri tessali lo scortarono dunque da Creonte, non perché ci fossero dei pericoli, ma più che altro per sapere dal messo che novità ci fossero in Focide. Il messaggero rispose allora che non succedeva niente di che, un po' come al solito, però c'era un orso che da un po' di tempo terrorizzava le case isolate, penetrava all'interno dei capanni e dei pollai e rubava bestie e uova. Un cavaliere originario di Tespia disse allora che anche dalle sue parti c'era un orso simile, poi avevano scoperto che era soltanto un tale coi piedi piatti e una pelliccia nera che non aveva più voglia di lavorare per mangiare e si era inventato quella curiosa pantomima. Se ne erano accorti, continuò il Tespiano, perché quell'orso a volte non resisteva all'impulso di mettere in ordine i suoi stessi danni e richiudeva gli orci che aveva violato. Inoltre gli orsi, fu ricordato, non bevono vino. Erano ormai giunti davanti a Clearco, che espelleva dal naso muco impolverato per le tante cariche della giornata e lo contemplava a lungo, perciò la scorta tessale salutò il messaggero e si ritirò verso le tende; ma prima uno dei soldati, un tale magro di Delfi con gli occhi insolitamente piccoli, consegnò al polveroso viandante una statuetta dorata, con preghiera di recapitarla alla figlia di Filosseno, il sarto che sta sulla strada per Tebe. A quel punto Clearco notò il messaggero e smise di soffiare via polvere e muco, chiedendo invece al nuovo arrivato se non fosse per caso Teodulo, il figlio di Crisogono. Teodulo confermò la propria identità, e disse che stato inviato lì dalle preghiere disperate di Apollonia, la moglie di Clearco, che gli domandava mille dracme d'argento per rimettere a posto la casa ormai cadente e, visto che si presentava l'occasione, comperare le vigne del vecchio Pseace che non aveva più la forza di coltivarle e le cedeva a buon prezzo. Clearco a quel punto si inalberò, e chiese che fine avesse fatto la parte di paga che lui inviava regolarmente a casa, e se per caso non avessero preso l'abitudine di gettare il suo denaro nel Cefiso o nei profondi crepacci che contornano il Parnaso. Il messaggero disse che no, che il denaro del valoroso Clearco era impegnato nel mantenimento decoroso della famiglia e dei figli, senza indulgere ad alcun lusso, e che Apollonia era vista in tutta la vallata come un esempio di virtù e modestia; soltanto che non funzionava più come ai tempi di Esiodo, che bastava un po' di formaggio, due olive ed erano tutti felici, adesso i figli, le case, tutto costava caro. Clearco domandò a Teodulo, ancora sporco di terra che non voleva volar via, perché avessero scelto proprio lui per quell'ambasceria. Il messaggero chiese a sua volta se aveva presente Cleomastia, la sorella di Apollonia; al sospiro eloquente del soldato, Teodulo chiarì di essere il fresco fidanzato della ragazza, e che gli avevano concesso di sposarla se avesse portato a termine con successo la missione. Clearco commentò allora che si trattava di un ricatto bello e buono, e che lui in ogni caso non portava la lancia e lo scudo per pagare le vigne del vecchio Pseace, che oltretutto erano poste su terra acquosa e che non avrebbero mai prodotto vino decente, ma solo e soltanto per la gloria degli antenati e degli Elleni. Teodulo lo invitò a riconsiderare la sua intransigenza e quasi lo pregò di non costringerlo a compiere a ritroso quel polveroso viaggio, con il pensiero e la certezza, oltretutto, di dover rinunciare alla giovane e deliziosa Cleomastia, simile per grazia ad una dea delle sorgenti. Clearco rimase in silenzio a meditare. La mattina seguente, mentre i raggi del primo sole faticavano ancora a bucare la coltre della notte, Teodulo si mise in marcia per la Focide con cinquecentocinquanta dracme, alcune stoviglie raggranellate alla presa di Sardi e la precisa disposizione di opporsi in ogni modo all'acquisto di quelle vigne maledette, consentendo tuttavia ad un affitto di un paio d'anni che avrebbe definitivamente chiarito perfino alla stupidità delle donne l'impossibilità di trarre qualcosa di buono da quel pantano. Clearco, nella sua tenda, tirava sul volto il proprio mantello e decideva di dormire ancora un po'. Preceduto dalle rapidissime schiere della cavalleria lanciata in cerca delle salmerie nemiche, sul far del giorno l'esercito greco si mise in marcia lungo il corso del fiu
È nato, non atteso, quando mi sono trasferito all'estero. Io ero lì che cercavo di spiegare un concetto complesso a questi barbari e lui è intervenuto così, senza neanche avvertirmi, coi suoi termini infantili e la semplicità banale della sua sintassi. Per fortuna che qui sono gente ingenua e di buon cuore, lontana un milione di chilometri dalla furbizia maligna di noi latini: hanno sorriso e hanno rivolto i loro sguardi chiari verso di me, verso il frugoletto che mi si era arrampicato in collo. Mio figlio, la lingua straniera. Da allora non mi ha più lasciato, e io mi sono anche affezionato a lui. È cresciuto, si è fatto un pochino più acuto, scandisce meglio le parole e ha smesso di balbettare. Non che sia diventato un grande oratore o abbia acquistato anche solo una risposta mediamente pronta: ma insomma, sarà che a forza di star qui sono cambiato anche io, fa tenerezza anche a me. Ha qualcosa di me alla sua età e perfino, questo è strano, qualcosa di me adesso. Ho scoperto che gli piacciono molto le donne: non so se è normale, alla sua età, ma mi capita spesso di osservarlo mentre si avvicina (dopo lunga indecisione, le mani nervose a giocherellare col boccale di birra; vien davvero voglia di abbracciarlo) ad una ragazza, riversandole addosso, con la voce più profonda che possiede, le quattro assurdità che conosce del mondo e della vita. Non so se è normale che mio figlio ricerchi una tale compagnia. Forse no, tuttavia la cosa non mi stupisce granché; mi sorprende molto di più, e non riesco a celare a me stesso l'orgoglio paterno - ingiustificato - che mi riempie, quando la ragazza prescelta gli sorride, gli parla come se fosse uno grande, a volte gli prende la mano e lo porta via con sé. Io non intervengo, in quei casi. Mi fa comodo lasciarlo fare, in fondo, se non altro perché non sempre c'è bisogno di parlare, e quando si sta zitti il piccolo svanisce.
Ci sente davvero bene, dopo aver votato Partito Democratico. Vi giuro che non l'avrei mai presentito, eppure è così: sarà la elle del segretario, sarà la primavera, sarà la pleonastica constatazione che nulla d'altro può venir ragionevolmente votato. Vi invito dunque a fare come me e a provare anche voi la rinfrescante sensazione di sana banalità che sto vivendo io in questo momento. A breve nuovi post su cerbiatti canterini, seggiole, mondi, camionisti mossi al delitto da motivi indicibili, e tutte le altre cazzate che vergo di solito.
Di come una battaglia romano-barbarica m'insegnò a volerti bene
Amore mio, io non ti amo. Non ti amo più, e mi sfugge il motivo per cui una persona sana di mente dovrebbe amarti, o anche solo stimarti, o anche solo guardarti con rispetto, o anche solo passare ed allontanarsi senza romperti un bastone sulla schiena. Io non provo più nulla per te, se non fastidio. Sono stanco di te, consunto dalla tua blaterante presenza, distrutto dai tuoi tic, squagliato e dissolto dalla tua sempre nuova banalità. Eppure sono qui da te, e ti chiedo - con dignità, senza storie, ché abbiamo un'età, poi mi fa male la testa a sentire le tue urla troppo acute - ti chiedo di riprendermi con te, di passare assieme questa vita, di sposarci o quel che è. Senza sorprese, senza fuochi d'artificio, anche senza grossa stima, tutto quel che vuoi, ma non è che si incontrino tante persone stimabili al giorno d'oggi. Tu pensavi di costituire un'eccezione? Ma fammi il piacere, amore mio, non renderti ulteriormente ridicola. Non ho più forze, amore mio, la mia forza si è liquefatta nelle rincorse, nei litigi, nei compromessi, nei tentativi, nelle fughe. Non ho forza, non ho voglia, e se tu mi lasciassi non reagirei: resterei semplicemente su questo divano, in paziente attesa che la sua pelle incorpori la mia. Mi pare che sia lo storico Giordane (ma non ne sono certo; forse me l'ha detto una volta il macellaio sotto casa) a sostenere che, giorni e giorni dopo la battaglia, gli spettri dei caduti ai Campi Catalaunici continuassero a combattersi senza posa, tanta era la foga, l'ambizione, il coraggio, l'odio e il timore che i loro corpi morti avevano incamerato; io oggi sono così, come un Goto Occidentale, e il nostro amore è morto - d'una morte mediamente gloriosa, va detto, morto al suo posto tra i ranghi, senza fuggire. Eppure il suo spettro continua a venire da te, perché ci siamo amati molto. Ora che non c'è più nulla, ora che non ho altri sentimenti che la spossatezza, prendimi con te e non parliamo più: vegliamo in silenzio questo amore morto a cui eravamo tanto affezionati.
Domani, verso il primo pomeriggio, faccio il mio esordio su Cabaret Bisanzio, con un post che voi lettori abituali conoscete già. Questo qui che vado a linkare, per essere precisi. Mi pare una cosa carina e la pubblicizzo. Poi ne scriverò altri, credo, ma la cosa non andrà a detrimento di questo posto celeste.
...la conferenza stava anche andando bene, anzi, andava benissimo e il pubblico, intervenuto numeroso, ascoltava con attenzione e partecipava con domande ficcanti e puntuali; in particolare è stato a lungo applaudito l'intervento del Prof. Kikiriki dell'Università di Spalato, il quale ha rimarcato l'importanza della memoria storica nella definizione della nostra identità e del nostro stesso agire presente e ha affermato che tra ricordarsi le cose e dimenticarle, è meglio ricordarsele: ad esempio, salendo su un tram, è bene sapere dove si sta andando e scendere quindi alla fermata coerente, invece di lasciarsi prendere dall'agitazione perché non si ha idea di dove si è diretti, e dunque avvicinarsi con nervosismo alle porte e scendere quando il tram non è ancora del tutto fermo, poi mettere magari il piede in fallo e cadere rovinosamente sulla schiena, per ricordarsi solo allora della propria destinazione e presentarsi là pesti e stracciati, con la camicia lacera e sporca di sangue. A quel punto la parola è passata allo stimato Prof. Erdnuss dell'Ateneo di Jena, che doveva presentare una dissertazione tratta dal libro che sta per dare alle stampe, opera ambiziosa e monumentale che avrà come titolo Stagioni e memoria nella costruzione della tradizione popolare. In effetti, il Prof. Erdnuss ha analizzato la questione con maestria e perfetta padronanza della piuttosto infida lingua italiana, colorando la sua narrazione con esempi vividi e calzanti, tratti soprattutto dal mondo contadino, in cui il passare del tempo - ciclico e apparentemente immobile - era scandito da un ripetersi di eventi naturali che alla lunga finivano per identificarsi e sostituire il tempo stesso: si aveva allora il tempo della semina, il tempo delle gelate, o anche quello dell'apparizione delle rondini o della fioritura degli alberi selvatici. È interessante soprattutto notare, ha continuato Erdnuss mentre l'uditorio seguiva in religioso silenzio, che molte di queste associazioni tra natura e tempo sono passate anche alla nostra civiltà ormai compattamente urbana: adesso che siamo in maggio, ad esempio, ci sarà sicuramente qualcuno che si riferirà a quella che sta per iniziare come alla stagione dei canguri, quella in cui le serate tiepide e gradevoli sono allietate dalle lucine fioche che si muovono tra gli alberi. Eppure, ha concluso Erdnuss, è ben difficile osservare in città lo spettacolo dei canguri, emarginati e sterminati dall'espansione degli edifici e dall'inquinamento. A questo punto il pubblico ha cominciato a chiedere spiegazioni, domandando allo storico se per caso non si riferisse alle lucciole. Altri davano per scontato, dando di gomito ai vicini, che si trattasse di uno spassoso errore di traduzione dall'originale tedesco. Il professore di Jena ha allora domandato perdono per la sua insufficiente conoscenza dell'italiano e si è fatto spiegare cosa fossero queste "lucciole"; ricevuta una breve e sommaria descrizione, lo storico ha scosso la testa ed ha respinto con vigore come insensata e risibile l'idea di un insetto fatto per metà di luce che, non si sa per quale motivo, si aggirerebbe per le campagne, forse - ha ipotizzato - per illuminare la via ai contadini privi di servizi igienici in casa. Erdnuss ha invece ribadito che nei boschi della Turingia in cui è cresciuto, come d'altronde in tutti quelli dei climi temperati europei, vivono dei grossi canguri muniti di caschi da minatore, che passano il mese di giugno a ricercare ad ampi balzi le provviste che poi consumeranno per il resto dell'anno nel segreto delle loro inaccessibili tane. È stato allora che il pubblico ha iniziato a rumoreggiare; la conferenza si è dunque risolta in un tremendo fiasco e in un confronto quasi fisico tra il possente luminare tedesco e i suoi contestatori, tanto che gli organizzatori sono stati costretti a invocare l'intervento delle forze dell'ordine che hanno sgomberato il teatro con una certa difficoltà. Mentre ancora dentro infuriavano i disordini, un vecchietto tutto grigio commentava quasi con vergogna, all'orecchio della nuora che neanche ascoltava, che lui però se li ricordava bene, quand'era partigiano, i momenti di terrore vissuti quando in mezzo ad un bosco lo investiva una lucina, e lui pensava ad una pattuglia di fascisti e spianava lo Sten; per scoprire poi con sollievo che erano solo dei grossi e timidi canguri, i quali tornavano ai loro nascondigli con delle grosse ceste appese ai corti braccetti, come i canguri fanno ogni giugno da sempre. Ed era bello vedere qualcosa che si manteneva uguale e pacifico, e la guerra lontana da quei canguri.
-Commissario, io mi proclamo innocente. -Del tutto innocente, commissario. -No, non nego nulla; devo forse negare la mia passione? Io vivo per essa, come potrei negare la mia stessa vita? Nego però che vi sia un reato, nego di aver commesso qualcosa di sbagliato. -Può una passione essere reato, commissario? Io lo faccio perché mi piace, o forse perché ne ho bisogno. -Non li considero solamente oggetti, commissario, tutt'altro. Proprio per questo, perché per me sono molto più che oggetti, posso dire di amarli. -L'amore è tante cose, commissario. L'amore agisce in tanti modi. Credo tuttavia che si tratti di un discorso troppo complesso per questa sede, e comunque fuori luogo. -Non li lecco, commissario, li guardo soltanto. Li raccolgo e li guardo. -Le giuro che non lecco nulla, commissario. -Se mi tocco mentre li guardo? Un po' mi tocco, commissario, a volte mi tocco. Può capitare che mi gratti la testa perché ho delle perplessità, ad esempio, oppure che mi accarezzi una parte del corpo che mi duole o ne massaggi una stanca. -Ebbene sì, mi tocco, commissario, come vuole lei. -Quanti ne ho raccolti? Tanti, tanti, tanti. Non li conto più. Eppure per me ognuno è unico, glielo assicuro. -Si trovano, commissario. Si trova tutto, quando lo si vuole davvero. -Ci sono dei circoli, dei gruppi, ci sono persone che si riuniscono e si aiutano in nome di una comune passione. A me pare molto bello, anzi. -Mi scusi, commissario, ma io la vedo in questa maniera. -Quando ne trovo di nuovi li guardo con attenzione, sfiorandoli appena per non rovinarli, e resto delle ore così, rigirandoli con delicatezza e osservandone ogni dettaglio. Poi quando non ne ho più voglia, o ho altro da fare, li metto via. -Sì, quelli sono i miei raccoglitori, certo che li riconosco. -Lo capisco benissimo e accetto la mia sorte, commissario. Ma non rinnego nulla. -Ho dedicato la mia vita a ciò che soltanto mi dà piacere, commissario, per questo non posso e non voglio rinnegare nulla. -L'amore non ha limiti, commissario, l'amore non ha altra etica che quella del piacere. -Lei fa il suo lavoro. La capisco benissimo, non le rimprovero nulla. -Neanche a me stesso, commissario. Neanche a me stesso.
Il filatelico fu impiccato all'alba, il suo cadavere gettato in una fossa comune. I numerosi raccoglitori sequestrati vennero distrutti, per non alimentare la curiosità morbosa del pubblico.
Frei wovon? Was schiert das Zarathustra? Hell aber soll mir dein Auge künden: frei wozu?
(Libero da cosa? Che importa ciò a Zarathustra! Il tuo occhio me lo deve dire chiaro: libero a che scopo?)
F. NIetzsche, "Così parlò Zarathustra. Del cammino del saggio".